PREGARE È COME UNA MEDICINA, SCIENZIATI E TEOLOGI CONCORDI: CI GUARISCE

Set 25, 2021

PREGARE È COME UNA MEDICINA, SCIENZIATI E TEOLOGI CONCORDI: CI GUARISCE

La preghiera come una medicina, un balsamo del corpo e dello spirito. La scienza ha largamente dimostrato che la pratica religiosa può influire sullo stato di salute, facendo ammalare meno e guarire prima: fra i primi studiosi ad averne parlato c’è l’americano Herbert Benson, cardiologo dell’Università di Harvard, che, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, ha ipotizzato per la preghiera la stessa azione biochimica prodotta dal rilassamento, capace di abbassare la pressione sanguigna, ridurre il ritmo cardiaco e allentare la tensione muscolare. partite dal “g Tum-mo”, una pratica yoga che – grazie a una speciale respirazione meditativa – consente ai monaci buddisti di resistere alle temperature estreme dell’Himalaya e addirittura asciugare lenzuola bagnate avvolte intorno ai corpi nudi, grazie alla loro misteriosa capacità di sviluppare un elevato calore interno.
«La meraviglia delle ricerche internazionali infatti è quella di aver mostrato come gli effetti della preghiera vadano al di là della singola religione o del fatto di credere o meno in Dio», spiega la dottoressa Monica Urru, medico, psicoterapeuta, specializzata nel trattamento degli psicotraumi in adulti e adolescenti, che ha trattato il tema nell’ambito del VI Congresso nazionale Simben (Società italiana di medicina del benessere), organizzato lo scorso ottobre 2015 a Roma in collaborazione con l’Aime (Associazione italiana di medicina estetica) e coordinato dal professor Pier Michele Mandrillo.
«Non a caso, a partire dal 1992, il neuroscienziato Andrew Newberg ha provato a verificare che cosa accadesse nel cervello di persone appartenenti a fedi diverse, dai monaci tibetani alle monache francescane, chiedendo loro di utilizzare le rispettive meditazioni o forme di preghiera durante l’esperimento », afferma l’esperta.
I vari soggetti dovevano tirare una cordicella non appena avessero provato la sensazione di cadere in estasi o essere connessi con il loro senso del divino, avviando così una risonanza magnetica funzionale del cervello, un esame che permette di mappare quali aree cerebrali si attivano quando pensiamo o facciamo qualcosa. Pioniere della cosiddetta neuroteologia, Newberg si è accorto che quelle aree sono sempre le stesse – indipendentemente dalla confessione religiosa – e i suoi studi sono stati avvalorati negli anni successivi da esami ancora più precisi, come la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli (Spect), molto più sensibile rispetto ad altre prove strumentali.

Durante un’esperienza spirituale (intesa come preghiera solitaria o collettiva, meditazione, lettura di testi sacri o partecipazione a un rito religioso), il cervello “spegne” gli stimoli sensoriali che normalmente attingono informazioni dall’ambiente esterno, come luce, rumori e odori, permettendo di concentrarsi sulla propria interiorità. «I moderni esami diagnostici consentono di visualizzare le aree cerebrali coinvolte in questo meccanismo», riferisce la dottoressa Urru. «Oltre ad aumentare l’attività della corteccia prefrontale, cioè la parte anteriore del lobo frontale che governa le emozioni, si mettono maggiormente in moto il nucleo caudato, l’insula e il giro del cingolo, tre centri implicati nella percezione della nostra unità con il tutto, oltre che importanti per memoria, apprendimento e innamoramento». Si tratta delle stesse aree coinvolte di fronte a un’opera artistica o uno scenario naturale, come se fra i neuroni esistesse una predisposizione all’armonia universale. I risultati sono fisici, ma non solo: la preghiera infatti attiva la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress), ma favorisce anche la percezione che le cose abbiano un senso unitario, in un’ottica di trascendenza e infinito che – oltre a rappresentare il cuore spirituale dell’esperienza religiosa – è resa pos-sibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Per chi crede, rappresenta la scoperta di Dio nel profondo della nostra mente. «I benefici sembrano maggiori in chi prega tutti i giorni, perché i vari meccanismi avvengono in tempi più brevi: ecco perché molti studiosi, come Norman Doidge e Timothy R. Jennings, hanno parlato di un cervello modellato dal divino, come se l’attitudine a un uso rituale della preghiera ne accelerasse gli effetti sull’organismo», commenta Urru. «Quello verso Dio è una sorta di sesto senso, da aggiungere agli altri cinque e allenare nel tempo, per non cadere nell’errore di interpretare la preghiera come una formula miracolosa, da usare quasi a comando».

Chi Sono

Mi chiamo Veronica Niola sono catechista Italo spagnola, mamma di due bambini. Scorri nel menù per cercare l’argomento di tuo interesse, per qualsiasi info contattami a: catechismoconveronica@gmail.com

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